The Day I Became a God – recensione di un anime deludente

Quella che leggerete è la recensione dell’anime “The Day I Became a God“, andato in onda durante la stagione autunnale del 2020. Era un anime su cui le aspettative era tante, ma che alla fine le ha deluse quasi tutte.

Nel corso della recensione parlerò nello specifico della trama e dei personaggi, perciò il rischio di spoilers è alto: leggete a vostro rischio e pericolo!

Un anime orginale

The Day I Became a God“, il cui titolo originale è “Kami-sama ni Natta hi“, è un anime a sceneggiatura originale formato da dodici episodi e realizzato dallo studio d’animazione P.A.Works, realizzatore di diversi anime originali quali “Appare-Ranman!“, “Charlotte” “Shirobako” e “Angel Beats!” solo per citarne alcuni. Ad attirare l’attenzione su questo anime fu la notizia che stava collaborando alla sua realizzazione Jun Maeda, autore e sceneggiatore molto conosciuto nell’ambiente. In particolare, Maeda ha scritto la sceneggiatura di anime come “Angel Beats!” e “Charlotte“, che sapevano mescolare comicità ad una storia in fondo drammatica e strappalacrime. Fu anche autore della storia alla base della visual novel “Clannad” da cui poi fu realizzato un adattamento anime, anch’esso con le stesse caratteristiche degli altri due. In poche parole gli appassionati sapevano cosa aspettarsi dalla sua nuova opera.

Trama

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Youta Narukami è un normalissimo ragazzo giapponese come ce ne sono tanti: discreto negli studi e nessuna qualità particolare, ha un caro amico con cui giocare a basket, un’amica d’infanzia di cui è innamorato, ma alla quale non si è ancora confessato, una famiglia normale e una sorellina che adora. Durante le vacanze estive del suo ultimo anno di liceo gli si presenta davanti agli occhi una ragazzina vestita in modo bislacco che afferma di essere una divinità chiamata Odin. Sostiene anche che ha deciso di passare un po’ di tempo nel mondo degli umani prima che esso finisca e ciò avverrà a trenta giorni dalla sua comparsa. Youta è inizialmente scettico, ma la ragazzina sembra essere effettivamente una divinità: riesce a prevedere molte cose e sembra saperne anche di più. Alla fine Youta passerà con Odin, il cui vero nome è Hina Satou, un’estate molto diversa dalle altre…

Critica

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L’anime si può sostanzialmente dividere in due parti: la prima in cui Odin/Hina passa le sue giornate con Youta assieme ad amici e parenti di lui e la seconda in cui si svelerà la verità dietro la sua apparizione. La prima copre i due terzi dell’anime, ha una funzione essenzialmente comica con lo scopo di farci affezionare ad Hina. La seconda copre il restante un terzo e ha una funzione drammatica. La prima si fonda sull’emotività, la seconda sulla trama. In tale contesto, la buona riuscita della prima parte è funzionale al successo della seconda.

Ma su questo l’anime fallisce: nonostante il gran numero di episodi dedicato a questo scopo, non ci si riesce ad affezionarsi ad Hina. Il repertorio di situazioni create per suscitare le risate nello spettatore, e creare così il terreno per la futura nostalgia di quei giorni, è tratto dal solito canovaccio comico tipico degli anime. Nulla di nuovo, ma il problema è che il tutto non si rivela comico. Semplicemente non funziona o suscita solo dei sorrisi e qualche risata, breve e isolata. Ciò fa sì che neanche la parte drammatica risulti tale: non ci si riesce a commuovere nel finale.

Illogicità

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A peggiorare la situazione sono poi gli elementi inutili aggiunti alla trama o comunque mal gestiti. Dato che la prima parte non si rivela sufficientemente comica, finisce per essere troppo lunga: molte storie dei personaggi secondari che Youta e Hina incontreranno durante la loro estate si riveleranno un qualcosa in più che non darà il minimo spessore all’anime, riducendosi a mero riempitivo. Di contro la seconda parte, tanto attesa dallo spettatore, fornirà spiegazioni sbrigative e non del tutto soddisfacenti.

Non mancano poi le situazioni e i comportamenti illogici dei protagonisti e dei personaggi. Perché il teppista che estorce denaro al ristorante della senpai di Sora Narukami, sorellina di Youta, si pente e si unisce al gruppo? Quando è avvenuto il suo ravvedimento? Perché Youta confessa i suoi sentimenti di amore ad Hina? Quando sono maturati questi sentimenti? Perché invece di scappare si fermano a parlare fra loro? Perché Hiroto Suzuki, il genio dell’informatica assoldato per dare la caccia ad Hina, non rivela subito e direttamente a Youta che lo può aiutare a trovarla? E queste sono solo alcune.

Solo difetti?

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L’anime non possiede soltanto dei difetti ovviamente, ma essi sono così gravi da compromettere tutto. Eppure l’idea alla base di “The Day I Became a God” non era male, forse non originale: ma quanti anime non originali si sono poi rivelati più che buoni? La trama, sebbene prevedibile e intuibile nelle sue linee generali, avrebbe potuto risultare godibile e funzionale se fosse stata sorretta dagli elementi che invece sono venuti a mancare. Va anche detto che è stata capace di creare una forte aspettativa nello spettatore: la curiosità e forse il timore di sapere come si sarebbe conclusa la storia di Hina e Youta prendono forma facilmente nello spettatore.

Non va poi dimenticato il lato “estetico”: disegni e animazioni fanno il lavoro dovere e lo rendono quanto meno bello da vedere sotto questo punto di vista. Insomma, nei primi episodi l’anime riesce comunque a catalizzare l’attenzione.

Giudizio

The Day I Became a God” si è rivelato alla fine un anime che ha ben poco da offrire: non ha nulla che non si sia già visto in altri anime e per giunta riproposto in forma migliore. Nonostante sia un’opera di Jun Maeda, si è rivelato inferiore a “Charlotte” e “Angel Beats!“: questi ultimi, pur condividendone gli stessi difetti di trama, sono comunque più divertenti e commoventi. Se le aspettative erano alte, allora la delusione sarà altrettanto alta.

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