Fare un reboot di un’opera mastodontica, divenuta quasi una “leggenda” per l’animazione nipponica, una sorta di simbolo, personificata da un unico grande personaggio, è una scelta coraggiosa, perché si può incorrere in diversi problemi: il cambiare la storia, il punto di vista dei personaggi, l’evoluzione degli stessi, rendendo meno avvincente la visione; o restare sulla stessa linea d’onda della serie originale, e finire per fare una copia bella e buona che di originale offre solo un nuovo tipo di animazione.

Nutrivo forti dubbi sul film “Capitan Harlock”, sia per la resa grafica- non essendo un’amante della CG- che per il cambio netto di trama. Tuttavia, soprattutto nel caso della prima, i dubbi sono morti praticamente subito: la nuova resa grafica ha permesso di infondere ai personaggi un realismo tridimensionale, restando però fedele al tratto di Matsumoto e alla sua visione grottesca e romantica dello spazio e della terra. E si, l’equilibrio tra il grottesco, l’oscuro, il nero, e il romantico, l’eroismo e l’epicità è stato pienamente trovato.

 

Ma facciamo un passo indietro. Se si è vista solo la serie anime, si deve tener presente che il film modifica molti dettagli della trama. A cominciare dallo stesso Harlock, qui figura più cinica, più misteriosa, più nichilista, e che invece nella serie era il prototipo di eroe romantico, che disprezzava il potere e il governo, in favore dell’umanità che voleva salvare ad ogni costo.

Anche il punto di vista principale cambia, perché si potrebbe quasi dire che il protagonista sia Yama, fratello del capo della Gaia Sanction (qui principale nemica di Harlock), che sale sull’Arcadia allo scopo di studiare il suo nemico e distruggerlo, ma che finisce per nutrire rispetto per il capitano che dovrebbe uccidere. Yama è nel film quello che Harlock è nella serie, o almeno è così che mi è venuto da pensare durante la visione: l’eroe che, messo di fronte a una brutale realtà, accetta di diventare il portatore della vera libertà e il salvatore dell’intero genere umano, a costo di estinguersi prima di poter vedere questa miracolosa rinascita.

Il cambio di design dei vari personaggi

Yama costituisce sia il perfetto rivale che il perfetto successore: accomunato ad Harlock dal peso delle azioni passate che fa nascere un senso di colpa troppo forte, e dall’incertezza su come porvi rimedio.

Il film può essere definito come un reboot magniloquente e forte, ma anche come un film che si pone a metà strada tra il prequel ed il sequel della serie animata, giocando molto con i paradossi temporali. Ad accentuare la cosa, è la scelta finale del film di parlare di un nuovo inizio, di una nuova partenza, oltre che di eternità: “Un istante che si ripete, diventa eterno. E’ questa la libertà” (Capitan Harlock)

 

“Harlock è il personaggio più antico che abbia mai creato – dice il Maestro – mi è venuto in testa poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, ascoltando i racconti di mio padre. La parola Harlock, così onomatopeica, mi rimbombava nella mente, non so nemmeno io perché. Ero bambino e immaginavo questo personaggio che ha varcato i sette mari ed è in grado di pilotare nello spazio e aiutare l’umanità contro problemi come il riscaldamento globale e l’invecchiamento del mondo. Sono felice di poterlo vedere in cgi, con le tecniche di oggi. E’ fantastico, immagino quanto tempo e quante persone ci sarebbero voluti per raggiungere questo risultato senza il computer. Sia chiaro che non mi sento finito: la mia mente è ancora ricca di storie da raccontare e voglio continuare tenacemente a farlo. Ho visto tanto nel mondo, mio fratello è un ingegnere che si occupa di satelliti artificiali, mio padre era un pilota, nel mondo ci sono le lucciole, le barche, la luna, c’è molto da raccontare. Non credo sia necessario far ripartire il mondo, ma bisogna anche avere il coraggio di fermarsi a piangere, soprattutto i giovani: non è una vergogna. Bisogna piangere e andare avanti dandoci dentro”

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