Death Stranding Cyberpunk 2077

Durante quest’anno uno dei temi sbocciati riguarda l’unione sempre più netta che Cinema e Videogiochi stanno avendo, ciò grazie all’esposizione che CD Projekt RED e Hideo Kojima hanno riservato ai propri giochi in uscita prossimamente. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che in questo 2019 i titoli che più hanno fatto parlare di sé sono stati, pur non essendo ancora usciti, proprio Death Stranding e Cyberpunk 2077. I recenti trailer del nuovo progetto di Hideo Kojima e l’incredibile presentazione all’E3 2019 nel palcoscenico Microsoft di Cyberpunk 2077 che ha visto la partecipazione di Keanu Reeves come promotore e interprete di un personaggio principale del gioco hanno stupito, incuriosito e in molti casi eccitato la platea di appassionati e non del videogioco. Come dimostrano i trend, il percorso che in questo momento l’industria sta percorrendo è quello di legare le proprie opere strettamente ad attori (Cyberpunk 2077), registi (Death Stranding), scrittori (Elden Ring) o più in generale, a figure del mondo dell’arte in generale.

Elden Ring

Che sia voluto o no, uno degli effetti più naturali di questa scelta è quella di aumentare legittimità e caratura non solo qualitativa e artistica dell’opera ma anche di incrementare la propria portata pubblicitaria e marketing; punto focale centrato proprio dalle recenti dichiarazioni di David Cage, director di Quantic Dream e autore di grandi titoli narrativi come, Beyond: Two Souls (con al suo interno attori di fama mondiale come Ellen Page e Willem Dafoe) e Detroit: Become Human.
Non abbiamo mai considerato attori con grandi nomi come una risorsa in sé per i nostri giochi. In realtà, a volte abbiamo pensato che fosse addirittura il contrario: avere attori famosi potrebbe essere un handicap per un titolo perché alcuni giornalisti penseranno che si tratti solo di marketing […]. Continueremo sicuramente a lavorare con i talenti di Hollywood in futuro perché ci aiutano in modo significativo a creare esperienze emotive e personaggi credibili” (FONTE)

Detroit: Become Human

In ogni caso il trend a cui ci riferiamo non è quello della semplice presenza di figure legate al mondo artistico in genere(Until Dawn, Beyond: Two Souls, Detroit: Become Human, Quantum Break e così via) , ma dello sfruttamento che case di sviluppo fanno dell’immagine di questi personaggi. Anche perché altrimenti potremmo fare appello ad una quantità impressionante di collaborazioni, spesso legate ai voice over; una su tutte che ci sentiamo di riproporre è stato lo splendido doppiaggio di Mark Hamill (Luke Skywalker in Star Wars) per il personaggio di Joker nella serie Batman: Arkham Knight.

Non si tratta comunque di prime volte per l’industria videoludica. Già nel più vicino passato ma persino in quello lontano alcuni titoli hanno impiegato figure del mondo artistico in generale per migliorare qualità e pubblicità delle proprie IP. Alcuni con successo, altri meno. Tra questi sicuramente ricordiamo per esempio Brutal Legend, realizzato nel 2009 niente meno che da Tim Schafer (Grim Fandango e Psychonauts) e che sfruttava l’onda di successo del film Tenacious D. Un gioco che anche nello spirito ricordava molto il celebre film con il protagonista doppiato e costruito sulle fisionomie di Jack Black costretto a viaggiare all’interno di lande infernali dominate dalle leggi dell’Heavy Metal. Brutal Legend in effetti vantava una colonna sonora oltre che un cast di ospiti del mondo della musica di tutto rispetto. Le vendite nonostante tutto non furono comunque ingenti, si parla infatti di circa 400.000 copie.

Tra gli altri tentativi, a spalancare le porte di questa tipologia di marketing sicuramente ricorderete la presenza di Kevin Spacey nei panni dell’antagonista Johnatan Irons in Call of Duty: Advanced Warfare. Oltretutto nel gioco all’interno della modalità Exo Zombies figurava la presenza come personaggi giocabili quella di John Malkovich e di Jon Bernthal, adesso promoter e protagonista del prossimo Ghost Recon: Breakpoint. Advanced Warfare non sarà di certo ricordato per il suo gameplay incredibilmente innovativo ma senza dubbio l’interpretazione di Spacey aggiunse uno spessore ad una campagna anch’essa comunque non strabiliante. Chiaramente stiamo parlando di un successo all’uscita, ma è pur sempre un COD, un monolite indissolubile del panorama videoludico. Esperienza che Activision ha poi deciso di ripetere con Kit Harington (Jon Snow in Game of Thrones) in COD: Infinite Warfare nei panni dell’Ammiraglio Selen.

Un punto di domanda focale riguarda però quanto la presenza di questi personaggi celebri, che si prestano interamente (non più solo voce, ma anche “anima e corpo”) all’interpretazione di ruoli videoludici, possa rappresentare un fattore positivo per il videogioco. Il casting è diventato effettivamente fondamentale nella produzione di un videogioco, un titolo come Hellblade: Senua’s Sacrifice è sicuramente uno degli esempi più virtuosi in questo senso. Con la protagonista, Senua, capace di restituire davvero delle sensazioni uniche sia attraverso la resa grafica e tecnica legata ai suoni ma anche a quella artistica, in grado di regalare atmosfere cupe e cariche di tensione.

Hellblade: Senua's Sacrifice

Negli ultimi anni però la tecnologia del Motion Capture ha raggiunto vette davvero impressionanti e più volte director e studi di sviluppo capaci sono stati in grado di sfruttare questa tecnica in maniera magistrale. Come testimoniato infatti dallo stesso Cory Barlog, Director di Santa Monica e della serie God Of WarAdesso possiamo permettere agli attori delle performance molto realistiche, molto più che dei semplici voice over. […] Ora abbiamo la possibilità di avere qualcuno che possa interpretare a tutto tondo e recitare effettivamente una parte anche dentro quei ridicoli elmetti e body” (FONTE)

Una maggiore precisione del Motion Capture ha infatti permesso alle case di sviluppo di rivolgersi sempre di più ad attori e professionisti del cinema per l’interpretazione dei propri personaggi. Fino ad arrivare a questo 2019 dove indiscutibilmente Death Stranding e Cyberpunk 2077 hanno tracciato una linea, seppur in parte già calcata, piuttosto netta. Gran parte del marketing che concerne i due titoli infatti si è giocato, da una parte, sulla ormai celeberrima presentazione all’E3 di quest’anno del titolo di CD Projekt RED che vedeva l’ingresso dello stesso Keanu Reeves, nel gioco nei panni di John Silverhand, una vera e propria proiezione mentale del nostro alter-ego; dall’altra invece sui trailer onirici, poco esplicativi ma oltremodo suggestivi rilasciati da Kojima Productions per Death Stranding. Il cui impatto si giocava soprattutto sulla presenza sempre maggiore di figure del mondo del cinema.

Keanu Reeves

Tra le due operazioni però la differenza è tangibile. Da una parte abbiamo infatti la collaborazione con Keanu Reeves da parte di CD Projekt RED. Attualmente notizia che ha svolto esclusivamente il ruolo di bomba-marketing che ha indiscutibilmente dato i suoi frutti ma che non ha ancora fornito molte informazioni su quanto l’interpretazione dell’attore possa effettivamente fare la differenza in termini di qualità del titolo (N.B. Chiaramente non stiamo dubitando delle doti dell’attore, quanto di tutte le componenti di sviluppo e di scrittura intorno all’inserimento di Reeves nel gioco). Si tratta difatti di un modus operandi negli ultimi anni utilizzato da tantissime case di sviluppo, basti pensare anche solo agli ultimi E3 con Jon Bernthal sul palco di Ubisoft a presentare Ghost Recon: Breakpoint o Joseph Gordon-Levitt a presentare per la prima volta Beyond Good and Evil 2.

Ubisoft

Dall’altra parte per Death Stranding non soltanto i vari trailer si sono concentrati molto su quelle che ormai possiamo considerare delle vere e proprie performance “cinematografiche” ma anche sui positivi endorsement” che Del Toro, Refn, Reedus e Troy Baker hanno riservato a Kojima e il suo titolo. Un tentativo se vogliamo anche di elevazione del videogioco, un accostamento onorevole al mondo dell’arte. Quasi come a voler avvallare il raggiungimento dei grandi dell’entertainment come musica, cinema e letteratura. Obiettivo già conquistato per diversi titoli indie, con l’unica differenza che questa volta stiamo parlando di produzioni tripla AAA, quelle che potremmo considerare in termini cinematografici, dei blockbuster.

Indiscutibilmente la presenza anche di grandi figure del mondo artistico in generale risulta positiva e significativa anche solo per la narrazione stessa del videogioco al pubblico meno avvezzo. Basti pensare a quella larga fetta di persone convinta all’acquisto di Cyberpunk 2077 proprio grazie alla presenza di Keanu Reeves. Un avvicinamento dunque ad un pubblico menocore” e più casual” o addirittura completamente esterno al videogioco. Un pubblico solitamente avvezzo ad esperienze poco impegnative e/o di scarsa complessità come quelle dei vari party game (come Wii Sports, Mario Party o Just Dance per intenderci), di giochi del calibro di GTA V, di simulatori sportivi o anche di grandi fenomeni mondiali come Fortnite ma attraverso produzioni di maggiore profondità di gameplay (Cyberpunk 2077) e di estrema originalità (Death Stranding). Un’operazione nuova in questo senso e molto interessante.

La scelta di coinvolgere attori, non solo nel doppiaggio ma anche nell’interpretazione di un ruolo però in un certo senso può limitare le normali infinite possibilità che un designer e degli esperti di animazioni possiedono durante il processo di realizzazione di un personaggio. Se ci pensiamo un attimo, tanto i protagonisti (o anche i secondari) quanto le storie che ci hanno impressionato durante l’infanzia e continuano tutt’ora a farlo sono diventati iconici anche e soprattutto grazie al proprio design, a come sono stati disegnati e a come sono stati resi all’interno del gioco, senza la necessità di un’immagine celebre di un attore a sostenerli.
Visto il successo della mossa di CD Projekt RED uno dei timori è che molte case di sviluppo, produzioni AA+ o superiori ovviamente, cerchino con maggiore insistenza figure riconoscibili con la priorità di attirare pubblico. In poche parole, che la scelta di un cast per un videogioco venga fatta più per scopo pubblicitario che per fattori legati alla funzionalità dell’attore rispetto al soggetto da interpretare. Con una situazione infelice in cui sviluppatori e creativi si possano trovare a dover ideare un personaggio a partire dall’attore scelto e non viceversa.

The Last Guardian

Siamo giunti ad un punto di svolta dunque per il videogioco, in termini soprattutto di potenzialità narrative. Già diversi Game Director sono riusciti a promuovere le proprie figure in quanto artisti e creativi prima ancora che “semplici” autori di videogiochi e in questo Hideo Kojima (Metal Gear Saga) rappresenta la figura commercialmente più famosa, ma alla quale possiamo affiancare gente del calibro di Cory Barlog (God Of War), di Neil Druckmann (Uncharted), Yoshinori Kitase (Final Fantasy), Fumito Ueda (Shadow of the Colossus, ICO, The Last Guardian), Chris Avellone (Fallout: New Vegas, Pillars of Eternity, Planescape: Torment) e tanti altri. La schiera di questi director è affiancata da una realizzazione tecnica che permette oggigiorno di poter spingersi oltre anche nel casting; e non più soltanto per voice over e doppiaggi, ma per delle vere e proprie interpretazioni profonde.
La linea tracciata da titoli come Cyberpunk 2077 e Death Stranding è netta e stando anche alle dichiarazioni da parte degli addetti ai lavori, le grandi produzioni saranno sempre più spalleggiate da grandi professionisti di altri settori. Da una parte l’apporto in termini di diffusione verso un pubblico esterno o meno abituato a videogiochi più profondi è senz’altro positivo, dall’altra ci auguriamo comunque che queste collaborazioni siano sfruttate soprattutto per un miglioramento qualitativo effettivo e non come mero espediente di marketing per tentare di gonfiare le vendite a discapito di quelle che potrebbero essere scelte più azzeccate. Il percorso è segnato, sta ai director sfruttarlo al meglio.

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