Per chi ha seguito i precedenti articoli in redazione, sa che il mio intento in questi giorni è quello di proporvi la mia top 12 di film d’animazione giapponese, slegati alle serie anime. Nel precedente articolo (che potete trovare a questo link https://questnews.it/la-mia-top-12-di-film-anime-anime-e-dintorni/?fbclid=IwAR01tmV0dpEcZQMB1lSjTtxXhLGM669I_aiX8hAQdJNe9TwZxrE4whPjW8w) avevo esposto i primi quattro titoli della mia top. Oggi vi propongo i quattro successivi.

8.

Iniziamo, quindi, dall’ottavo posto in classifica: Una tomba per le lucciole. Quando si parla di studio Ghibli, il primo nome che salta alla mente è quasi sempre Miyazaki, non tutti ricordano Takahata, e ancora meno conoscono il povero Yonebayashi. Eppure, se vogliamo guardare il pelo nell’uovo, la vera mente geniale dello studio, è proprio Takahata, morto da poco, che ci ha lasciato molti ottimi film da amare. Ho deciso di inserire questo nella top, più per le emozioni che, inevitabilmente, è destinato a regalare. Non a caso, molte delle persone che hanno visto questo film, rifiutano di vederlo una seconda volta, a causa di alcune scene decisamente cruente (non nel senso di “splatterose”) e realistiche, che dipingono tristemente e crudelmente il mondo della guerra, visto dalla parte dei civili.

Trama: Kobe, 1945. Seita e Satsuko sono due fratelli che, persa la madre durante un bombardamento, devono sopravvivere agli orrori della guerra…. Nonostante quest’ultima stia ormai giungendo alla fine, la mancanza di parenti e amici e la scarsità di cibo graveranno sulla vita dei due bambini sempre di più…

Essenzialmente, quindi, il film è una storia di sopravvivenza. Racconta il semplice ordinario in un momento di tragedia. Benchè di film di guerra ne è pieno (sia vista dal punto di vista del Giappone, che degli stati Uniti e degli alleati), questo è uno dei pochi che non mostra la guerra in quanto tale, quanto più la conseguenza che essa ha su dei civili innocenti. Seita e Setsuko sono due bambini, si ritrovano da soli in un mondo che non ha più niente da offrir loro. La loro è una storia realistica. Oltre a tutto ciò, il film offre un aspetto tecnico ed artistico magnifici, grazie a un’ottima cura dei fondali e dei colori. Le immagini stesse, spesso, dipingono gli orrori visti dai due fratelli, meglio dei dialoghi. Un film toccante, ma anche un must da vedere! (almeno una volta nella vita)

7.

 

Al settimo posto della classifica metto un secondo film di Miyazaki: princess Mononoke. Per quanto, a livello personale, abbia apprezzato enormemente di più La città incantata (che è, ancora oggi, il mio preferito tra i suoi lavori), non si può nascondere che Mononoke affronti una tematica tutt’altro che facile.

Trama: In seguito allo scontro con un animale posseduto da un demone il principe Ashitaka viene contaminato da una maledizione mortale. Si mette dunque in viaggio per scoprirne l’origine e chiedere una cura al grande Dio Bestia, l’unico in grado di guarirlo…

Probabilmente, Mononoke è il più iconico film del maestro Miyazaki e uno degli unici (insieme a porco rosso) in cui, a dispetto del titolo, il protagonista è un maschio. Cosa rende speciale questo film? Oltre all’aspetto tecnico, con colori vivaci e accesi, e una buona costruzione del worldbuilding che vede contrapposte più fazioni, ben descritte, penso che il punto forte sia la tematica. Miyazaki mette più volte in mostra, nei suoi lavori, la contrapposizione tra uomo e natura, qui personificata da più personaggi che, da una parte vogliono far avanzare il progresso, e dall’altra cercano di salvare l’ecosistema.

Una piccola curiosità su questo titolo: fu un enorme successo al botteghino, tanto che lo stesso Miyazaki ne rimase sorpreso, affermando “Si vede che sono tornati perché la prima volta non ci hanno capito nulla.”

6.

 

Il sesto titolo per questa classifica è di uno dei miei registi preferiti: si tratta di Sky crawlers di Mamoru Oshii. Anche con Oshii è dura scegliere uno o due titoli, a discapito degli altri. Tutti i suoi lavori sono particolari allo stesso modo: lenti, con pochi dialoghi, che allontanano i più, criptici a livelli estremi, eppure così interessanti per chi l’animazione la vuole vivere davvero! Sicuramente, chi ha già familiarità coi suoi lavori, saprà che Tenshi no tamago resta forse il suo lavoro più di difficile comprensione, vuoi perché le interpretazioni sono molteplici, e non per forza sbagliate. Sky crawlers, in questo senso, è invece il suo film più semplice e lineare, nonché il mio preferito.

Trama: Un mondo immaginario, e una guerra senza nome che vede contrapposte due compagnie militari nemiche. Entrambe assoldano degli adolescenti programmati per volare, combattere e morire, i cosiddetti Kildren. Yuichi Kannami è un Kildren che viene trasferito in una nuova base militare, dove però sembra si nascondano dei segreti.

Cosa rende così meritevole questo film? Innanzitutto, i disegni e l’ambientazione. L’ambiente è tetro, c’è una totale assenza di colori vivaci, come a voler indicare che la guerra ha già portato via ogni cosa, tra cui anche ottimismo e speranza dei personaggi, che mostrano soltanto espressioni vuote. Loro combattono perché devono, non perché vogliono. E lo dimostrano anche gli sporadici dialoghi:

“Tu lo sai contro chi combattiamo?”
“Onestamente non ci ho mai pensato…”
“Perché ci uccidiamo?”
“Il nostro è un lavoro come un altro”.

Il film si basa quasi ed esclusivamente sul concetto di dicotomia, e la storia si concentra, più che sul solo raggiungimento di un finale sconvolgente, su un solido percorso che permettere ai personaggi- e perché no? Anche agli spettatori- di interrogarsi sulla bellezza della vita, attraverso la visione di un mondo che alla vita ha già rinunciato. Inutile dire che la tematica principale, oltre a tutto ciò, è la guerra. Ed è qui il punto forte, perché Oshii ne parla in maniera nuova. Non parla di guerra come di sofferenza, ma come di necessità: “Nella sua storia l’umanità non ha mai voluto né potuto eliminare la guerra. Perché è la sua esistenza a dare senso alla vita degli esseri umani. Avere sempre guerre ha una funzione. Quella di alimentare l’illusione di pace nella nostra società”.

5.

 

Come ultimo film per questa seconda parte della classifica di oggi, voglio proporvi Metropolis. Il lungometraggio, diretto da Rintaro nel 2001, è la trasposizione dell’omonimo manga di Tezuka del 1949, a sua volta ispirato al film di fantascienza del 1927, diretto da Fritz Lang. Tra tutte le trasposizioni, il film di Lang è l’unica che ancora non ho avuto di modo di visionare, tuttavia consiglio a pieni voti sia il manga sia, in particolare, il film.

 

Trama: la storia si sviluppa a Metropolis, il paradiso dell’arte fantascientifica. In questa città, umani e robot convivono, benchè i secondi siano asserviti ai primi e vengano sfruttati come semplici macchine prive di sentimenti e di diritti. Questo dettaglio viene subito messo in chiaro da robot Pero che, a inizio film, esordisce dicendo di “non poter avere un nome uguale a quello degli umani, perché ciò violerebbe i loro diritti”. Tuttavia, Metropolis è tutto meno che un paradiso: la città è suddivisa in diversi livelli sotterranei, nei quali vengono presentati i reali problemi: disoccupazione e illegalità, sfruttamento e traffico di organi umani.

L’ambientazione di suo è stata riutilizzata da diversi altri titoli più recenti, tra cui Kaiba, di Yuasa, che presenta una società basata sulla menzogna e sulle suddivisioni di classi agiate e povere. Penso che il worldbuilding sia in assoluto la cosa più riuscita del film, che regala un forte impatto allo spettatore e che sottolinea in maniera molto chiara la diversificazione tra i vari personaggi, oltre che il degrado in cui molti di essi sono costretti a vivere.

Anche i personaggi sono costruiti a doc e contestualizzati a dovere, ed è proprio grazie – o meglio dire, “attraverso”- a loro che vengono palesate le tematiche principali che Tezuka, ai tempi, volle denunciare, tra cui in particolare il legame tra umano e non umano (reso ancora più interessante dal fatto che, più volte, rintaro dipinge i robot come più “Umani” degli umani stessi).

Altro punto forte è dato dal legame che si instaura tra i due protagonisti, Kenichi e Tina che, rappresentanti dell’innocenza ormai diventata sconosciuta, non si macchiano del marciume del mondo in cui vivono. La loro è una caratterizzazione quasi fiabesca, proprio come i disegni dal tratto morbido, che sembrano in contrasto con le tematiche più adatte ad un pubblico adulto.

Con questo, siamo arrivati alla conclusione di questa seconda parte della mia classifica 12 di film d’animazione. Spero che possa aver adeguatamente catturato la vostra attenzione e, nel caso, vi invito a spulciare le prossime notizie di Quest news, per scoprire i 4 titoli rimanenti.

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