RAINBOW: I COLORI DELLA SPERANZA

“Più di cinquant’anni fa c’erano sette uomini che hanno combattuto e sono sopravvissuti alle fiamme dell’inferno. Tre cose li tenevano uniti: coraggio, dolore e le loro catene. Erano sette, sette come le loro speranze, sette come i colori dell’arcobaleno.. e giurarono che sarebbero sopravvissuti. “

La trama di Rainbow prende avvio negli anni subito successivi alla grande guerra. Il Giappone è rappresentato come una nazione che non è riuscita a riprendersi dall’asprezza delle sue battaglie, e vive  nella povertà e nell’indigenza. In questo scenario, ci vengono presentati i primi sei protagonisti, ragazzi giovani e disperati che, commessi dei reati, vengono spediti in un riformatorio. Luogo in cui incontrano anche Roukurota Sakuragi, ragazzo freddo e apparentemente prepotente, che costituirà in realtà l’ancora di salvezza per tutti loro.

La serie anime è prodotta dalla Madhouse, e diretta da Hiroshi Koujina (Tantei Nougami Neuro; Grenadier). Tratto da un manga seinen di Geoge Abe, che per altro vinse il prestigioso premio Shokukan Manga award, nel 2005 (premio di cui furono insigniti grandi mangaka, come Tezuka, Matsumoto, Takahashi, Adachi e Urasawa), l’anime venne mandato in onda nel 2010.

 

Il titolo della serie, e i colori inizialmente cupi, e a tratti luminosi, dovrebbero dare già sufficienti indizi sullo sviluppo che la trama prenderà. I sette ragazzi, i sette colori dell’arcobaleno, presentati allo spettatore come “feccia della società” e come criminali, viene facile identificarli invece come simbolo di speranza e di innocenza. Costretti a subire soprusi (psicologici, ma anche fisici) ogni giorno, si uniranno gli uni agli altri per infondersi la forza sufficiente a sopravvivere e a maturare.

I protagonisti

Sarà in questo scenario di fallimento, di dolore e di sofferenza, che i sette si prometteranno di riconquistare la loro umanità e la loro libertà.

UNA STORIA DI AMICIZIA

Il punto forte della serie, oltre al lato emotivo che è quasi palpabile, è il fatto che non si dà spazio a falsi buonismi. Non sempre sono i buoni sentimenti a vincere, non sempre gli approfittatori vengono sopraffatti. Non è una serie in cui è l’eroe a vincere per forza, altrimenti si cadrebbe nel più banale dei clichè da shonen.

E, a questo, si collega la presenza di uno dei migliori villain che mi sia capitato di vedere in tanti anni: subdolo, manipolatore, insensibile alla sofferenza umana. E che diventa egli stesso inumano, nutrendosi solo della propria ferocia e del proprio rancore.

L’intera serie è un inno alla vita, all’amicizia, alla libertà. Benchè il ritmo narrativo della seconda metà cali drasticamente di qualità, perché manca il punto cardine della storia, risulta affascinante a sufficienza, poiché mostra la vita post-riformatorio, all’interno di una società che si sfama unicamente di pregiudizi e cattiveria. Una società che spara sentenze a priori, rendendosi più colpevole di coloro contro cui punta il dito.

Tecnicamente, Rainbow si mantiene sempre su alti livelli. La madhouse difficilmente delude, le animazioni sono sempre di grande qualità, come anche la fluidità delle immagini e gli sfondi.

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