Rocky Joe (Ashita No Joe), é un manga che ha un’importanza culturale nel paese del sol levante.

Scritto da Asao Takamori e disegnato da Tetsuya Chiba, lo spokon del pugilato é stato pubblicato da Kodansha tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70

Gli spokon sono tutti quei manga che trattano temi sportivi e hanno ricoperto una grande importanza per il Giappone.

Tutto ha origine nel 1964, anno in cui si svolsero per la prima volta i giochi olimpici in Asia, piú precisamente a Tokyo.

Inoltre, fu anche la prima volta che l’evento fu trasmesso in diretta in tutto l’emisfero settentrionale, grazie al satellite Sycom III.

L’evento mise in buona luce il Giappone grazie alle medaglie d’oro vinte, ma fu anche uno smacco, poiché i giapponesi persero proprio nel Judo (arte in cui dovrebbero essere maestri)

La sconfitta nel judo, portó i giapponesi a una vera e propria ossessione nel volersi dimostrare primi, sopratutto negli sport di casa, tanto da incentivare lo sport nelle scuole

Lo sport era diventato un imperativo e i manga non potevano essere da meno.

Anche su carta, bisognava dimostrare il ruolo che ricopriva il giappone nello sport.

É qui che entra in scena Takamori che con il suo Ashita No Joe, non si accontentó di raccontare una semplice storia sulla Boxe, no, voleva di piú.

Takamori voleva che la sua opera parlasse con il lettore, lo facesse riflettere sulla vita, sulla fatica di raggiungere i propri obbiettivi, ma anche sull’ipocrisia di una societá distorta che voleva essere reputata eccellente e laboriosa.

Una societá che era considerata l’apice della tecnologia ma che aveva sistemato una grossa fetta dei suoi abitanti, quelli socialmente piú inutili, in una vera e propria baraccopoli in cui il crimine era all’ordine del giorno.

É proprio in questa baraccopoli infatti, che iniziano le avventure di Joe, il quale ci viene subito mostrato come vero e proprio stronzo.

L’autore fa di tutto per farci odiare questo arrogantello, per poi farci ricredere

Dopotutto é spesso il luogo in cui nasciamo a forgiarci il carattere, e se la societá in cui cresciamo é uno schifo, non é cosí strano che ne diventiamo lo specchio.

A Joe non interessava molto il futuro, ne di avere degli obbiettivi, dopotutto, c’era davvero speranza per un domani migliore?

Fu qualcun altro a vedere una luce in lui, colui che sarebbe diventato il suo maestro di boxe e che gli avrebbe dato un obbiettivo, poiché il suo, di obbiettivo, era diventato Joe!

Quei pugni avrebbero potuto fare la differenza.

Su insistenza di quest’uomo, un ex pugile e allenatore di nome Danpei Tange, Joe decide di farsi allenare (anche per scroccargli vitto e alloggio), senza sapere che questo lo porterá a conoscere Tooru Rikiishi, genio della boxe e futuro rivale di Joe.

Per mano di Rikiishi, Joe conoscerá l’amaro della sconfitta, un amaro che ne Joe, ne i lettori, immaginavano fosse solo il preludio.

Un preludio di qualcosa che portó i giapponesi a celebrare un vero e proprio funerale, il 24 marzo 1970, composto da 700 persone circa e con tanto di monaco buddista che recitó dei sutra 

Fu grazie alla caratterizzazione del protagonista, ció che lo circondava, insieme a una narrazione tremandamente matura, a dare uno scossone ai giapponesi, portandoli a proteste e rivolte, innalzando a gran voce le parole “IO SONO ASHITA NO JOE”

Da quel momento Joe era in ogni giapponese e ogni giapponese era Joe

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